Archivio della categoria: Giurisprudenza

La responsabilità del provider: il tribunale di Roma ritiene Yahoo responsabile di contributory infringement.

Con provvedimento cautelare datato 24 marzo 2011 e che ha suscitato un certo clamore nel mondo del web, il Tribunale di Roma ha ordinato a Yahoo Italia S.r.l. di rimuovere dai propri risultati di ricerca tutti i link a siti che offrissero versioni pirata del film iraniano “About Elly”.

L’azione era stata promossa dal distributore italiano della pellicola, la società PFA, la quale, a tutela dei propri diritti esclusivi di sfruttamento economico dell’opera, aveva agito in via cautelare nei confronti di Yahoo Italia, di Google Italia S.r.l. e di Microsoft S.r.l., sostenendo che dette società offrissero link a numerosi siti che consentivano la visione in streaming, il download ed il peer to peer di copie illecite del film. In particolare, sosteneva la ricorrente, le società resistenti avevano mantenuto l’indicizzazione a detti siti illeciti, nonostante la lettera di diffida ricevute da PFA. Continua a leggere

La Tutela Penale del Know-How

Con una importante sentenza, la Corte di Cassazione (Cass. Pen., 18.05.2001, Pipino), prende posizione sulla tutela del know-how aziendale ex art. 623 c.p. L’art. 623 c.p. (Rivelazione di segreti scientifici o industriali) tutela anche il c.d. “segreto industriale in senso lato”, cioè il know-how aziendale, nel senso che meritevole di protezione non è solamente il segreto che ha per oggetto un’applicazione industriale, ma pure tutto il processo di produzione, l’assetto organizzativo, in una parola, il “saper come fare”, costituente patrimonio aziendale. Di conseguenza rientra nella previsione di “applicazione industriale” ex art. 623 c.p. il “segreto industriale in senso lato”, consistente nel know-how aziendale, concepito come il patrimonio di informazioni industriali che servono per la costruzione, l’esercizio e la manutenzione di un macchinario, ma pure tutto il processo di produzione, l’assetto organizzativo aziendale, le strategie aziendali di marketing e pubblicitarie, ed ogni elemento aziendale destinato alla riservatezza, quali i dati aziendali proprietari e riservati, come le banche dati, gli elenchi clienti e fornitori, i listini prezzi, costi e margini, le presentazioni commerciali, i metodi produttivi, organizzativi, promozionali e pubblicitari, etc.. Continua a leggere

Mettete dei fiori nei vostri cannoni (commerciali): può il marchio INTERFLORA essere usato da un concorrente come parola chiave di un motore di ricerca?

Sulla scia delle pronunce del 2010 (una tra tutte, Google France e Google) l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia Europea, Niilo Jaaskinen, torna ad affrontare, nelle conclusioni presentate il 24 marzo 2011, l’argomento dell’<<uso>>, da parte di terzi, di segni identici a marchi di proprietà altrui come parole chiave in Internet.

L’AG si è pronunciato nel procedimento C323/09 (Interflora Inc., Interflora British Unit contro Marks& Spencer plcFlowers Direct Online Limited) avviato a seguito di un rinvio della corte inglese competente volto ad ottenere la risposta alla domanda se Marks&Spencer  potesse riservarsi la parola INTERFLORA come parola chiave del servizio di posizionamento “Adwords” offerto da Google. Quello che il titolare del marchio contesta è che, per effetto del servizio acquistato, compaia quale link sponsorizzato quello che rinvia al servizio di consegne a domicilio concorrente di Marks&Spencer. Continua a leggere

Ancora dalla Corte di Giustizia CE: sulla normativa italiana transitoria in materia di design e tutela d’autore.

Il 22 aprile 2010, avanti la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, si è tenuto un altro importante confronto in merito alla compatibilità della normativa transitoria italiana sul design, in relazione alla protezione ai sensi del diritto d’autore, e la relativa disciplina comunitaria.

Sul punto ci riferisce la giornalista Rita Fatiguso che ha autorizzato AIPPI NEWSLETTER a pubblicare il suo articolo uscito su Il Sole 24 Ore del 23 aprile 2010. “Le sedie di Le Corbusier, La Panteon Chair, i televisori Brionvega, la lampada Arco dei fratelli Castiglioni. Sono alcuni pezzi di design di alto valore artistico, categoria di oggetti sulla quale ieri [i.e.: 22 aprile2010] a livello comunitario si è giocata una partita importante. Continua a leggere

La Corte di Giustizia CE si pronuncia sulle caratteristiche degli ISP-Internet Service Provider e sulla loro responsabilità per contraffazione di marchio.

Con la sentenza del 23 marzo 2010 nelle cause riunite C-236/08, C-237/08, C- 238/08 la Corte di Giustizia ha preso posizione sulla questione molto dibattuta se i servizi forniti dai motori di ricerca siano qualificabili come hosting ex artt. 12-15 della Direttiva 2000/31 sul Commercio Elettronico ancorché il motore di ricerca ricavi un profitto dalla loro fornitura, e se, nel caso di servizi di keyword advertising (vale a dire di pubblicità, sotto forma di link sponsorizzati evidenziati in certe parti della pagina in cui vengono forniti i risultati di una ricerca, distinte da questi ultimi) l’uso di parole chiave coincidenti con marchi altrui integri una violazione dei diritti su quei marchi da parte dell’inserzionista e del fornitore del servizio. Su quest’ultimo punto, la Corte ha stabilito – ed ha subito ribadito in C. Giust. CE 25 marzo 2010, C-278/08 (BergSpechte) – che il prestatore di un servizio di keyword advertising su Internet che consente l’uso di parole chiave identiche a un marchio altrui non fa un uso di tale segno ai sensi dell’art. 5 nn. 1 e 2 della direttiva 89/104: e ha aggiunto che in questo caso il motore di ricerca è qualificabile come ISP che offre un servizio di hosting, beneficiando dunque dell’esenzione di responsabilità prevista dagli artt. 12-15 della direttiva sul commercio elettronico in quanto non svolge, né può essergli richiesto di svolgere, un ruolo attivo atto a conferirgli la conoscenza o il controllo dei dati memorizzati su richiesta di un inserzionista. La responsabilità sorge solo ove l’ISP, avendo avuto conoscenza della natura illecita dei dati inseriti, abbia omesso di rimuoverli o di disabilitare l’accesso agli stessi.

La pronuncia della Corte CE appare in linea con l’ordinanza collegiale di II grado emessa dal Tribunale di Roma, 11 febbraio 2010 sul caso You Tube/R.T.I., secondo cui “You Tube e Google svolgono attività di ISP, cioè servizio di ‘hosting’, consistente nell’offrire ai propri utenti una piattaforma attraverso la quale conservare e rendere disponibili contenuti audio e video e quindi memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio”; non esiste “un obbligo di sorveglianza generale del provider rispetto al contenuto dei dati”; e “non si tratta quindi di pretendere dal provider un’attività preventiva di controllo e di accertamento di ciascun singolo frammento caricato dagli utenti, ma di rimuovere materiale illecitamente trasmesso dopo aver avuto conoscenza, dall’avente diritto”, della natura illecita dei materiali inseriti.

AVV. PROF. LUIGI MANSANI LOVELLS

La musica dal dentista finisce davanti alla Corte Europea di Giustizia.

La Corte d’Appello di Torino, con ordinanza pubblicata in data 5 marzo 2010 – all’interno del procedimento introdotto da SCF Consorzio Fonografici nei confronti di un dentista che diffondeva, all’interno del proprio studio, musica radiodiffusa – ha deciso di sospendere il giudizio e sottoporre alla Corte di Giustizia della Comunità Europee la seguente questione pregiudiziale interpretativa:

“… d) se la diffusione gratuita di fonogrammi effettuata all’interno di studi odontoiatrici privati esercenti attività economica di tipo libero-professionale, a beneficio della relativa clientela e da questa fruita indipendentemente da un proprio atto di volontà costituisca “comunicazione al pubblico”, ovvero “messa a disposizione del pubblico” ai fini dell’applicazione dell’art. 3, n. 2 lett. b) della Direttiva 2001/29/CE;

e) se tale attività di diffusione dia diritto alla percezione di un compenso a favore dei produttori fonografici”. Infatti, si legge nell’ordinanza citata, “la disciplina nazionale appare del tutto in linea con quella comunitaria, ma come questa non fornisce una risposta immediata alla questione se nella nozione di comunicazione al pubblico di fonogrammi rientri anche la diffusione all’interno di studi professionali privati, come quelli dentistici, nei quali l’accesso dei clienti avviene, di regola, in maniera programmata, selettiva e senza alcun obbligo a contrarre da parte del professionista, e la diffusione radiofonica o televisiva è fruita dal cliente indipendentemente da un atto di sua volizione”.

Attendiamo ora la risposta della Corte di Giustizia sul punto.

R.A.

La contraffazione via web in due recenti provvedimenti del Tribunale di Roma (Trib. Roma, ord. 15 dicembre 2009 e 11 febbraio 2010).

La contraffazione a mezzo della rete Internet – così come la vendita attraverso questi canali di prodotti la cui commercializzazione è riservata a canali regolamentati (come i farmaci) – con conseguenze pregiudizievoli di estrema gravità sia per i titolari dei diritti di proprietà industriale violati, sia per la sicurezza e la stessa salute dei cittadini (che anche la contraffazione mette spesso in pericolo, poiché i falsi sono spesso anche pericolosi o sono realizzati in modo non conforme alle prescrizioni sulla sicurezza dei prodotti) sta divenendo un problema sempre più grave, raggiungendo proporzioni di giorno in giorno più allarmanti.
Questo problema ha assunto certamente un rilievo che non poteva essere previsto al momento dell’adozione della Direttiva n. 2000/31/C.E. e nemmeno in quello dell’attuazione di essa nel nostro Paese, operata con il d.lgs. 9 aprile 2003, n. 70, emanato in forza della delega conferita al Governo dalla legge 1° marzo 2002, n. 39 (Legge comunitaria 2001). La Direttiva, tuttavia, contiene una serie di elementi che, se opportunamente valorizzati dalla giurisprudenza (e dai legislatori nazionali), consentono di delineare una soluzione equilibrata al problema della responsabilità degli Internet service providers, e più in generale dei fornitori di servizi via web.
In particolare, la Direttiva prevede espressamente che i fornitori dei servizi web da essa disciplinati rispondano, anche sul piano del risarcimento del danno, in tutti i casi in cui vi sia la consapevolezza da parte loro dell’illiceità dell’attività del destinatario del servizio o dell’informazione da esso fornita, ovvero di fatti e di circostanze che rendano questa illiceità manifesta, e non siano intervenuti per rimuovere le informazioni o disabilitare l’accesso non appena siano venuti al corrente di tali fatti. La Direttiva, inoltre, consente agli Stati membri di prevedere, anche in difetto di questi presupposti, «la possibilità di azioni inibitorie», cioè di azioni che impongano ai providers di «porre fine a una violazione o impedirla, anche con la rimozione dell’informazione illecita o la disabilitazione dell’accesso alla medesima»; e prevede altresì che le esenzioni e le deroghe in materia di responsabilità da essa previste non si applichino al prestatore che deliberatamente collabori con un destinatario del suo servizio al fine di commettere atti illeciti, a quello che presti servizi ulteriori a quelli disciplinati dalla Direttiva, ed a quello che non abbia adempiuto al dovere di diligenza che è ragionevole attendersi da esso ed è previsto dal diritto al fine di individuare e prevenire taluni tipi di attività illecite. Il che significa che già oggi i casi più eclatanti della contraffazione web potrebbero essere adeguatamente colpiti sulla base delle norme ordinarie in materia di contraffazione, senza che il provider implicato nel fenomeno possa invocare la propria irresponsabilità.
In questa prospettiva si è  in effetti mossa anche la nostra giurisprudenza con due ordinanze recentissime (Trib. Roma, ord. 15 dicembre 2009, poi confermata in sede di reclamo da Trib. Roma, ord. 11 gennaio 2010), che hanno avuto modo di stabilire la responsabilità di un soggetto qualificatosi come hosting provider (nello specifico, il sito internet You-Tube) proprio sulla base dello stesso ragionamento sopra svolto.